• Roberto

Nomade

Un uomo chino,

stelo sfibrato in cerca del vento,

in cerca di un senso che non verrà.

L’occhio infiammato rimanda ad un vuoto,

al cielo che ha dentro dove non brilla

che un sole nero.

Striscia l’asfalto sotto ai suoi piedi,

senza alcun’orma è il suo cammino

nel scivolare assorto del tempo

che musica lento, un suono,

un destino. Mani devote, spaccate dal sale,

tracciano segni senza domande,

punti tra linee d’un pentagramma

già ricamato sul fiocco di seta

di un’altra età.

Passo di cane, odore e disagio

accanto agli sguardi di chi ha domato

la cecità, e splende nell’ovvio di vita

ammantata, giudice al cencio

che quell’uomo ha dentro.


Voce di donna, sveglia all’istinto,

la pace non regge, il fumo svanisce

dentro alla brace che arde la carne,

agita il nulla che un tempo

era cuore

e ora è un cavo aperto

all’immenso.

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