• Roberto

Agalma

Chiedi ai poeti cosa sia parlare una voce che t'abita e non tace, a loro che incastrano in figure retoriche i significanti di un linguaggio ignoto chiedi che sia guardar nell'altrove e indugiarne l'abisso. Domanda che sia scriver d'amore e vederne mutare la lettera in morte senza che mano l'abbia guardata: d'ossesso si trama alla desinenza di rima castrata, e anche al ricamo l'istante è già ieri. Chiedi che sia guardare un'aiuola per sentirne lo iato e avvertire un rigurgito, mirando le stelle perché desiderio è solo mancanza, è già privazione. Chiedi che sia sentire che viene meno l'amplesso di un significato e che l'orgasmo di un punto rifratto se n'è già andato con l'eternità del prosodiare che scivola lento nel prossimo verso. Tu credi il lenire di ogni tormento nel foglio di carta, virtuale realtà di quell'ancestro colto dagli occhi nel bisturi opaco che ti recise prima del pianto che ti venne alla vita. Ricorda la lacrima. Chiedi a un poeta di scriverne il segno senza riuscirci chiedigli attesa, assenza, astinenza, chiedigli un verbo che resti sospeso al cappio che lega la vita al tuo nome.

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