• Roberto

Àncora

Ti salutai e non sapevo

quale volta fosse, se l'ultima,

la prima, o il solito intermezzo bugiardo

che tra noi sostava, in divieto.

M'autorizzavi e io, che forse scrivevo,

mai ti vidi con un foglio di carta,

con un lapis, un'arnese che mi somigliasse.

Mai ti vidi incidere un verbo,

in me, avevi inciso.

Ricercai il tuo strumento,

quel tuo fuso temprato dal fuoco

che sul cuore, nel sangue, mi tatuò.

Non c'era una traccia

(e dire che ti somigliavo)

non un'orma delle tue, tra le mie di uomo.

Invisibile, astratto, negato, il tuo aspetto

stretto, fino alle ossa, a sancire ciò che si può,

non quello che mai non si deve.

Non ebbi il coraggio di richiamarti,

di dire a un'eco che già conoscevo

di poetarmi, di portarmi il tuo suono.

Ti riconobbi, in quel ganglio,

nel nodo comune di un'iniziale

scoperta per caso. Forse il segno mimetico

di un arcano ricordo. Forse il gancio d'acciaio

che a te ancora, ancora m'unisce

al mio fondamento.

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