• Roberto

D'ora

Non ascoltare la fuga del giorno mentre derapano nuvole altere e il cielo s'incuba di questa mia vita, avrai, tu, un domani. La notte m'incarna, ne sento le spine che scrivono nomi senza memoria su lembi di storia, la mia, la tua, quest'unico foglio che fu o è stato ciò che non è. Il sogno mi storna dal calcolo bieco dell'ovvietà: fa di me il suo resto, il reato dell'occhio che non può guardare ciò che già vede. Non mi ascoltare, non è questa voce a dire qualcosa, qualcosa che sia ciò che non è. L'una mi sverna, al lucernario del vicino insonne c'è un posto isolato. Da quell'avamposto ricorda il tramonto, quando dal cielo si fruga la terra per ricercare un vano riposo, un trespolo, un'orma, la scia di un profumo che dall'angoscia del sempre perduto si fondi nel nulla.

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