• Roberto

Dispiegarsi dell’ovvio

Aggiornato il: 29 apr 2018

Sentirsi di neve,

una goccia di fuoco tra le scapole

nelle domeniche di primavera,

quando i passeggi s’affollano

e le mani piegate dal figlio

stringono altre sporche di violenza

consolidando una mutua infedeltà.

Respirare i sorrisi, dispense colmate

nell’ultimo giorno della settimana

e vedere gli sguardi osservare dall’alto

la voce stonata che storpia il salmo.

Ci si rannicchia attorno ai pontili,

quando è il tramonto,

fingendo gli avverbi estremi del tempo

che seppelliscono il quotidiano:

l’orto in disuso, l’orma di fresco

(eco che invoca scricchiolii della notte)

lo stelo verde che sfregia i covoni

la macchia sbavata sopra al grembiule

stirato di fresco.

Comprendo. Solitudine e pioggia,

sono un buco nel petto.

Ci si riempie d’altrove,

perché l’alito di un altro tramonto

disciolga i cristalli che hanno glaciato

anche l’ultima sera. Ci si illude,

e comprendo che facile strada

si possa guardare attraverso quattrocchi

lasciando che immagine sia da venire.

Comprendo, sì,

che non si possa chiaramente sentire

d’avere ormai - o da sempre - perduto

ogni qualcosa ci sia da venire.

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