• Roberto

Giocare alla vita

Le giornate si chiudono a sera.

Ovvio. Bello.

Bravo.

Riprova.


Quale momento sia, ora,

mentre una luce scabra acceca

e mi disorienta.

Forse è già notte, o mattina, o un tempo

indefinito tra l’ansia del giorno

e il brusio di vuote soffitte. Forse

è il momento buono,

ma non ci sei,

almeno, non qui.

Attanagliato da ogni possibile,

ti cerco, mi trovo, mi cerchi. Fermiamoci

all’angolo, lì, in quel centro.


“Dov’è un’altra uscita?”, ti chiede una donna, e mi mozza il dire. Disegni nell’aria una porta a soffietto. L’attraversa e scompare nel suo al di là, lasciando in eredità un vento di zolfo. La chiudo, sia mai che ci ricordiamo questo momento come un inferno. No, aspetta. Penso sarebbe bellissimo.


Non annoiarsi tra il molto dire e il poco fare,

e piatti, tovaglie, panni e caffè

terminato alle tre di mattina. E chi, si sveglia. Alzarsi

e vagare indistinti sui ballatoi,

sulle persiane,

e scrivere sui vetri appannati

poesie in scadenza.

No, questo è il momento

dell’immaginare e non voglio che sia,

non ora, che non ci sei

almeno, non qui.

Le mani si imbrattano insieme.

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