• Roberto

Infante

Dialogo tra le ore con chi non sa parlare. “E l’infante?” Non ho ancora sciolto l’enigma. Mi piace il mistero delle tue labbra, la pace che viene dagli occhi, il suono che fa il tuo silenzio.

“E l’infante?”. Penso, come me, che guardi alla luna.


Eppure è estate,

vedi?

la notte s’attarda mentre il cupo

boato del porto batte il tramonto.

Non siamo noi, qui

dove eravamo,

tra le gomene, gli scalmi, gli stagni

e donne improbabili in tuta di jeans.

Qui è solo luna,

l’una che guarda

e a pelle mi strega.


“Meow”. Ancora gatti, stavolta il cielo lì invoca. Ti chiedo se i gatti fanno l’amore. “Talvolta”, e ti volti, ancora una volta. Appaio nell’ombra del mio stesso fumo. “Beviamo?” Dopo, di solito mi viene


se te

ne vai

verso quel sogno

in questo bicchiere. Ti seguirei.

Spengo

anche il vino, anche le stelle.

Luna rimane

l’una ne rima

anche dormendo. M’insegni l’assenza.

Sì, io manco,

di me.

Esserci

e potere non esserci.

Come te, ora, che ci sei,

luna. E non sei, perché sei una

e non sei. Nulla si può dire,

nulla si può non dire.

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