• Roberto

Iperfocale


“Mi ama, ma dire non sa”,

l’ho udito a quel tavolo, e la desinenza

mal si sposava tra le appendici

di carta stampata. L’ho letto, altre volte

mentre cenavo, seduto in un bar,

davanti ad un calice,

vuoto di vino

davanti a uno schermo che m’oscurava

nell’iridescenza,

L’ho anche sentito, eco di un verbo

che si è sottratto alle appendici

d’altro parlare e che risuonava

un poco distratto, un po’ trafelato,

un po’ malcelato tra le stoviglie

sporche di tempo. Pensavo l’amasse,

di quel suo non dire,

del vero silenzio che riempie la vita

sul ciglio che orla il vuoto vagare

della parola. Pensavo: lo ama

ed è fortunato che dentro ad un bianco

anneghi quel dire, e che non s’affoschi

nel grigio di nebbia, sfumando col vento

l’attimo eterno che resta potenza

laddove non può e non essendo

potrà.

Pensavo: lo ama, ma non sa dell’amore

nemmeno quel cenno che viene a parlare

togliendosi al fiato, nemmeno il singhiozzo

che spira riavvolto in fiori di carta

velina e carbone, copia di un altro

svuotata di senso. Pensavo, seduto,

leggendo quel senso che non si dava

e che non era. “Mia madre non sa”.

Non sa che si ama, e dire non sa

perché ci si ama.

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