• Roberto

Nottole nere

Manchi, sai?

Manca vederti, già

ora che poco più di un respiro è passato.

Succede spesso, direi

ogni risveglio

quando apri la finestra e le colline

sono tinte d’attesa.

E la pelle si tende attorno al respiro,

gli occhi arrancano, cercando tra i tetti,

tra le viscere di ogni dannata mattina

un segno di te.

E l’angosciante

stupida paura di perderti

anche se non ci siamo mai presi.

Pensa, poi, che sarebbe, prendersi e perderti.

E m’allontano, o vorrei

ma non voglio.

Vedere l’azzurro del giorno rapito

da un raggio di notte. Come posso, lasciare?

Più facile è un’alba che squarcia la sera,

più facile è andare oltre quel facile ovvio

che quasi a ogni strada la vita presenta

per consolarsi in un tacco,

uno sfioro, una ruota di pavonessa,

nell’inevitabile e stanco commento accigliato

“Dai, scrivi? Dai, pensi?”

Un raggio di notte

insonne. Dove è dato spazio

a tutto un sogno, a tutta vita. Al sentire che sei fatto

anche di nebbia, di foglie cadute,

di polvere e gelo. Che c’è di più, che c’è un vuoto pieno di tutta una notte

che nemmeno sai immaginare

non la sai pensare. E le parole s’arrendono,

nemmeno s’incazzano perché le tiri

per i capelli fuori dal pozzo.

Un raggio di notte.

Potessi,

andrei. Ma è vano. Anche se non ci fossi,

ci sei.

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