• Roberto

Rerum familiarum

Rerum familiarum

Lento tormentare di galli

e di madre. D’assurdo si veste anche

il fumo

e il rum che è lasciato richiama

da un nome non sacro.

Lento sversarsi di merli e filanche,

di tegole e sfiati che qualcuno

corregge in regole e dati.

Numeri in gancio a un pallottoliere:

sapremo sommarci? Vita

di uomini o naufraghi

di bruchi o falene. Sia

così sia,

padre,

la notte

che mai hai viaggiato.

Lasciateci l’eredità

di un esilio,

la chiave del laccio che lega

il nostro respiro al vostro passato.

Lasciateci il tempo di errare

il vento di un altro errore, voltare

le vele quando è bonaccia,

issarle a tempesta. Lasciateci

un nome, un altro nome, che venga

dal fondo di un altro bicchiere

da scorie di cenere, dalle foglie

del prato che non abbiamo falciato.

È domenica

o quasi

e tutto è in disordine, i piatti sul letto,

i panni divelti sulle latrine,

la polvere dentro alle ciglia.

Lasciateci

il fango sugli occhi,

le croste di sputo sopra i velluti, poi

giudicateci ancora

giudicateci ancora.

Vi sia felice,

quell’unica ora.

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