• Roberto

Ricalco

nell’incanto di un vento che arroca il respiro

nell’iride opaca abbagliata dal cielo

nella pelle d’arsura che si frange alla riva

tra le membra disciolte d’un letto spogliato


si muore così, un poco o del tutto

come uomini soli che tornano, a sera

a mani vuote. Riecheggiano orme

nel cavo di strade, fuori mano, nel passo

incerto di chi non sa se tornare

o restare nel gelo a vagabondare,

vagabondare sferzante di pioggia

piuttosto che il nulla di mura disfatte.


Si muore. Nei volti d’incontro al levare

di sguardi misti a vergogna,

le mani sui fianchi,

i fianchi adempiuti tra i figli infanti

che ingombrano mani. Sì, si muore,

al solo pensiero di essere nati,

di esser già stati ed essere stati

senza fermezza, di esser già morti

ad ogni respiro, si muore pensando

di essere amati.


E la gente si sfibra dai marciapiedi,

la strada ritorta un istinto animale

piegato alla via, verso una casa

buia

dove si è morti.

E la notte rigiace, placida, altera,

vegliando l’insonne sentiero adusato

dall’apparenza di un germogliare

al lato, sul bordo

di un’altra assenza.


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