• Roberto

Serenate

Che strano, qui, il mare. Sembra

la pece che restava attaccata

ai miei calcagni di ragazzino.

Il molo è più breve di come l’ho immaginato

quella volta in cui ho scritto e ne ho visto lo scorcio

strappato alla nebbia di un freddo mattino.

Pensi ancora alla luna? Io non la chiamo,

il suo chiaro m’annoia. Già, la noia.

È quest’aria densa a rendere vana ogni parola,

a pesare il respiro, a render fatica

il solo pensare.

Credo che il ricordo non sia un pensiero.

Ogni volta che smetto, s’affaccia

e stende i calzini, il solo bucato della settimana.

Mi piace osservarlo, come nei film. Sarà un assassino o il suo testimone?

È solo un vecchio, un volto qualunque che biascica sputo.

Dovrei giudicarmi. Non penso, stasera.

Fa troppo strano star qui, sulla rada

a far tentativi di fuga.

Si torna. C’è un posto vuoto dove sedevo.

Un altro è qui accanto. No, non il tuo.

Il mio. E il nulla m’avanza.

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