• Roberto

Stagioni

Stagioni

Un tempo, scrivevo d’estate

e l’inverno era pace, era pura

dimenticanza. Lontano dall’ogni,

dal vuoto nel cielo, un galleggiare

quieto, senza domande.

Non ho più stagioni, ho questo

che non so cos’è,

che ora mi urla di te.

Di te che non credi

di essere qui

o forse lo sai

ma non credi.

Degli altri che dicono che tu sei lei,

tu, che non sei ancora e già sei.

Degli altri che credono ad altri chissà,

ai tesori del tempo, alle trame,

all’inizio e alla fine,

alle andate e ai ritorni,

quasi la vita fosse un binario

che traccia una via nella desolazione.

Non vedono che io sono là,

dove nemmeno so dire, dove sono nascosto

tra la mostra e il belletto del significato.

Accettare che tu mi abbia segnato

o che lo farai,

lo stai facendo.

Scrivere è darsi un vigliacco dolore,

è chiamarne le maschere, gli schermi,

i dolci sorrisi taglienti,

ma noti.

È celarsi negli angoli, come le prede

che sperano di sopravvivere all’ombra

e sfuggire

continuare a sfuggire

all’unico tempo d’amore

che luce

degli occhi ci ha dato.

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