• Roberto

T'ango (sciamo)

Rintocca nel vuoto campana dell'alba, assorda nel nulla, di vita che impulsa. Scende la notte nel mezzogiorno di quest'altra sera, leggiadra, riletta, disfatta del senso che non le si appropria. Spodesta le palme l'arrendersi lento al sordo respiro, al vacuo riecheggio nel cieco distendersi del nebulare sospeso ad un cielo senza sostanza. Trascorre lentezza, (smarino di pioggia) imperla le scapole, tra le cicatrici, l'assenza del volo. Ristagna nel volto lo specchio del fango intriso al grecale che ci raggela, chiodandoci all'ora, al vasto presente che è un temporeggiare tra estasi opache: ricordi, speranze, le piane illusioni che carne non menta e passi, trapassi, si versi in parola. Ci sia dell'umano nel dimenticare nell'oggi un fermento, un breve germoglio che spezzi e che illuda la stasi sgomenta di essere un seme in terra straniera, là dove è afonia e si ascolta il tacere. Ci sia dell’umano in questo sfumare, svapora la nebbia, toccare di nacchere c’incastra al sagrato, mentre trafila corteo disadorno d’ombre d’amore.

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