• Roberto

Turbamento

vagire morire

di certo

vagare


Un tempo credevo nel mare,

soltanto d’estate. A un quaderno

in brossura, di pelle, e dimenticarmi

ammutoliva ogni rigo, ogni bianco

richiusa potenza dentro a un cassetto.

Temevo

che fosse magia,

che sarebbe andata,

smarrita se un giorno

lontano

ficcando le tasche in mano

nessuna briciola avesse segnato

il verso per casa.


sognare non dire

ancora

parlare


Infuria il libeccio e l’onda in tempesta

cela la prora. La vela è strappata

la faccia sgualcita frange la pioggia,

palpita il tuono dentro al costato

trafitto dal vuoto d’aria e di sguardo.

S’agita il bordo, la stiva si svena

tra la parola che freme al silenzio

dov’è il tesoro, che chiave reclama.

S’apre il sudario,

veste di uomo smagrito dal sale

riarde al cospetto di cenere e assenza.

S’infiamma di un urlo

fenice risorta

dal verbo ignoto del mare d’inverno

spira nel vento.


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