• Roberto

Un fiorino

C’era un mattino d’inverno,

la nebbia piovosa, assenza di vento,

serrande chiuse come la notte e la brina

ad imperlare le acque dell’Arno.

C’erano voci, addormentate,

accenti curiosi per uno

venuto da

(dove?)

un altroquando,

senza più altro che il quando

portatosi appresso. C’erano indizi,

e l’oro, sì, certo

quello alla fine, of course,

stralunato, sorridente,

il rosso nell’ombra del primo mattino.

C’erano segni su stracci smaltati dal sangue

di notti sottratte all’imbrunire,

perché l’amore

(si sa)

non passa il tempo...

ma il tempo dalla sua ha il suo tempo

e fili d’attesa per risarcirsi.

C’era anche un filo,

non poteva mancare, un filo

ad intessere un lungo

o breve discorso. E c’era silenzio,

tanto silenzio,

in quella città che sembrava ascoltare

ogni parola che non c’era da dirsi.

E ora,

che afasica legge ci vieta,

anche il dialogo si perde tra le vie,

nello sproloquio di troppe parole,

di un verseggiare superfluo e infecondo

tra le botteghe ormai aperte. Ora è tempo

e il vociare sovrasta il dimesso bisbiglio

che alludeva alle labbra,

allo sguardo in un bacio.

Firenze ora è sveglia, e ci guarda,

dove noi più noi siamo.


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