• Roberto

Velatio

Resta da scrivere, quando le notti più non s'allunano, e il vespro ricanta l'odor delle messi che giacciono inani, al suolo adombrato di prima sera. Non si riascoltano i nastri istoriati, avido è il tempo: il sonno d’arretro c’incalza senza che un’orma finisca nel sogno. Qui s’addormenta chi ci rammenta, e ci ricuce al ricamo di un verso inascoltato, ma inciso nel campo dei nostri corpi, di carta e di china. Resta da scriverci, e non da ascoltarci per rammendare i fori dell’anima e rilegare il riletto di un verso che s’è disorlato, intonso, slabbrato. Non si rimargina il telo di un cielo trapunto di stelle, pur fioche e vane. L’unica fonte che abbeveri il verbo è luce riflessa, franta al ricordo di un’onda di tempo lontana: smarginò l’orizzonte, infrangendoci in questo verso, che è notte aspersa di notte e di un filo d’incenso.

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