Agalma

October 20, 2016

Chiedi ai poeti cosa sia parlare
una voce che t'abita e non tace,
a loro che incastrano in figure retoriche
i significanti di un linguaggio ignoto
chiedi che sia guardar nell'altrove
e indugiarne l'abisso. 
Domanda che sia scriver d'amore
e vederne mutare la lettera in morte 
senza che mano l'abbia guardata:
d'ossesso si trama alla desinenza
di rima castrata, e anche al ricamo
l'istante è già ieri.
Chiedi che sia guardare un'aiuola 
per sentirne lo iato 
e avvertire un rigurgito, mirando le stelle
perché desiderio è solo mancanza,
è già privazione.
Chiedi che sia sentire che viene
meno l'amplesso di un significato 
e che l'orgasmo di un punto rifratto
se n'è già andato con l'eternità
del prosodiare che scivola lento
nel prossimo verso.
Tu credi il lenire di ogni tormento
nel foglio di carta, virtuale realtà
di quell'ancestro colto dagli occhi
nel bisturi opaco che ti recise
prima del pianto che ti venne alla vita.
Ricorda la lacrima. Chiedi a un poeta
di scriverne il segno senza riuscirci
chiedigli attesa, assenza, astinenza, 
chiedigli un verbo che resti sospeso
al cappio che lega la vita al tuo nome.

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